La frazione di bici e la scia: questione di stile e rispetto

Dopo le recenti gare in Italia e in seguito alle dichiarazioni di alcuni campioni che hanno gareggiato al mondiale Ironman 70.3, la questione scia nella frazione di bici è tornata agli onori della cronaca e delle conseguenti polemiche. Sull’argomento “scie” e relativo rispetto delle regole ne ho sentite di tutti i colori, sia in riferimento a gare internazionali (circuiti Ironman, Challenge ecc.), sia al nostro movimento nazionale.

La prima domanda è la seguente: per quale motivo ci si iscrive ad una gara senza scia e poi si fa l’esatto contrario?

Abbiamo tre certezze: la frazione in bici è fondamentale nelle gare di Triathlon e di questo se ne sono convinti anche i tecnici più reticenti; la frazione in bici, se spinta oltre i propri limiti, si paga a duro prezzo nella corsa e il risparmio energetico di una frazione condotta sfruttando la scia è vantaggiosissimo. Perché allora barare (perché di questo si tratta) per tutta la frazione ciclistica, o parte di essa, e così  non provare le vere sensazioni della frazione di corsa tipiche del Triathlon? Quella condizione di fatica, sofferenza e difficoltà dovute ad una frazione bici condotta senza risparmiarsi, o gestendo le energie, ma comunque con i propri mezzi e forze. E’ un po’ come andare alle Maldive per fare immersioni e ammirare la barriera corallina, e poi stare tutto il giorno nella vasca idromassaggio dell’albergo a guardare le bollicine.

La seconda questione è legata a come intendo io il Triathlon, indipendentemente dalla scia.

A mio avviso, il Triathlon, ed in particolare la frazione ciclistica, vanno interpretate in maniera spavalda e con la consapevolezza che se non ti conosci diventerà dura anche solo finire la gara. La frazione ciclistica è il momento dove l’atleta deve maggiormente imparare a conoscersi e a leggere ciò che accade attorno a lui, e questo è uno degli aspetti bellissimi del Triathlon insieme al nuoto, dove la lotta è prima di tutto con te stesso e l’acqua, e alla frazione di corsa che è la ciliegina sulla torta.

Detto questo riporto alcune considerazioni.

La prima: se si vuole cercare di fare il proprio massimo nella frazione di bici bisogna pedalare e imparare a conoscere il proprio limite, superarlo a volte, e quindi sapere dove lavorare per migliorare. Che senso c’è nel stare in scia “coperti”, con l’unico scopo di arrivare al termine della frazione bici più freschi dei propri compagni di avventura?

La seconda: non si potrà mai pretendere che in Italia la frazione bike si nobiliti e si avvicini, in termini di prestazioni medie, a quelle di altri paesi se durante le principali gare, sia del settore giovanile sia elite, le frasi ricorrenti della maggior parte dei tecnici e accompagnatori sono: “Stai coperto” oppure “mettiti in scia”; e ancora: “Non stare davanti a tirare” e così via..!

Forse sarebbe il caso di cominciare a cambiare partendo da NOI e non dai giudici (è sempre colpa loro..) o dagli organizzatori (che potevano fare un percorso più adatto.. eccetera eccetera). Semplicemente partire dal fatto che il Triathlon è uno sport bellissimo e la frazione di bici ne è il cuore, merita il rispetto delle regole e va condotta al massimo per gustare fino in fondo l’effetto che fa.

Alberto Bucci

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